BIOGRAFIE

Ugo Marano

Capriglia  di Pellezzano 1943  – Cetara  2011

 

Ugo Marano nasce a Capriglia di Pellezzano (Sa) nel 1943 e da sempre risiede a Cetara, sulla Costiera Amalfitana. Frequenta l’Accademia del Disegno presso la Reverenda Fabbrica di San Pietro nella Città del Vaticano a Roma e l’Accademia del Mosaico di Ravenna.

Sin dagli anni di formazione la sua ricerca tende allo stravolgimento radicale del linguaggio per cercare di sviluppare un nuovo codice di lettura del reale e il piatto di terracotta diviene mezzo per una comunicazione collettiva e osmosi sociale. Seguendo la sua idea radical-concettuale nel 1971 crea il progetto "Museo Vivo" facendo nascere, in un piccolo parco nascosto tra gli alberi, un opificio della ceramica basato su una architettura "esistenziale", luogo che deve essere ricco di "radicalità positiva". Nell’ambito di questo progetto nasce il sodalizio con Stockhausen, una collaborazione che produce alcune opere notevoli. Nel 1975 è invitato ad esporre alla Quadriennale di Roma e alla Biennale di Venezia nel 1976.

Nel 1977 viene chiamato a progettare ed eseguire personalmente il restauro dei mosaici del Duomo di Amalfi, della cripta di epoca romana del Duomo di Potenza e del Duomo di Salerno.

Nel 1979 espone alla Triennale di Milano, dove nel 1980 tiene anche una conferenza. Nel 1980 è di nuovo alla Biennale di Venezia ("Il tempo del museo").

In questi anni nasce il progetto la "Fabbrica Felice", nel quale studia lo spazio di esistenza dell’uomo nuovo, l’uomo di natura. L’uomo trova nell’interazione con l’oggetto d’arte un rapporto profondo ed inconscio che lo motiva e lo sostiene nella vita quotidiana. Nel 1982 espone al Centre Pompidou di Parigi il suo "Manifeste du livre d’Artiste" e nello stesso anno realizza il primo "antimonumento" in Italia, a Salerno, per i martiri del terrorismo. Nel 1990 espone alla Triennale di Milano e al Groninger Museum in Olanda, dove gli viene riservata una sala personale.

Nel 1991 è alla XVIII Triennale di Milano. Nello stesso anno crea un’associazione di vasai che chiamerà "Vasai di Cetara" con lo scopo di svolgere un lavoro creativo libero da preclusioni accademiche o da schemi dogmatici. Nel 1995 espone a Parigi al Carrousel du Louvre.  Nel 1996 progetta e realizza due utopie: la Fontana Felice a Salerno e il Museo Città Creativa a Rufoli.  Nel 1997 elabora con l’economista Pasquale Persico progetti per la risemantizzazione dei luoghi della vita dell’uomo e ne realizza alcuni presso il Parco Nazionale del Cilento e il Vallo di Diano, località che sono state dichiarate patrimonio mondiale dell’umanità, composte da cento paesi su un territorio di circa 300.000 ettari. Progetta quattro piazze sulle montagne della Campania con l’intento di unificare la regione. Nasce così il progetto della "Città Moltiplicata".   Successivamente, pienamente convinto della necessità sociale dell’arte, partecipa al Piano Strategico per l’associazione di sei comuni intorno a Copparo, in provincia di Ferrara, con progetti per un territorio di 50.000 ettari. Nasce così il Museo Fabbrica Creativa. Nel 1997 viene invitato ad esporre una personale a Napoli, nella sala Carlo X, nel Maschio Angioino. Nel 2001 seguendo le linee del suo progetto artistico realizza, a Cetara, la Fontana di Napoleone e crea una galleria d’arte contemporanea, la "Piazza della Ceramica": si tratta di un "pensatoio" che si estende per tre vie della città, una "zona franca di meditazione" in pieno centro cittadino. Nel 2002 espone alla mostra internazionale "I Capolavori", a Torino e viene chiamato dall’architetto Mendini a realizzare due grandi opere per la metropolitana di Napoli, presso la stazione Salvator Rosa.

Nel 2003, a 60 anni, a seguito della sua ricerca di nuovi linguaggi espressivi gli viene conferito il dottorato e la laurea honoris causa dalla Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università di Salerno. Nel 2004, in collaborazione con il gruppo STS (Latz, con Pession e Cappato) vince il concorso internazionale per la realizzazione del Parco Dora Spina 3 a Torino e espone in Francia,

nella mostra "Mosaïque de design". Nel 2005 partecipa a alla mostra "Mundus Vivendi", insieme a Sottsass, Branzi, Coppola e Hosoe, realizzando un intero pavimento dipinto. La sua ricerca artistica si esprime attraverso grandi opere in ceramica, vasi alti fino a 3 metri e di soli 6 millimetri di spessore, naturalmente musicali. I "vasi del terzo millennio" hanno richiesto l’apposita costruzione di un forno da Enzo Santoriello, esperto tecnico della cottura che ha collaborato per realizzare opere "impossibili" anche con Miquel Barcelò ed Enzo Cucchi. Quest’opera viene scelta dal MIAAO, il primo museo dedicato in Italia alle arti applicate contemporanee, per la sua apertura ufficiale nel 2006, in concomitanza con la prima giornata di gare dei XX Giochi Olimpici Invernali, per una mostra personale dell’artista che viene intitolata Sette vasi per la casa sacra.

Nel 2006 partecipa alla Triennale di Milano con il "bestiario", un pavimento in monoliti di 60x120 cm. Nel 2007 partecipa all’incontro con i poeti Lawrence Ferlighetti, Jack Hirschman, Agneta Falk e del fotografo e filmaker Chris Felver. Nel 2011 è invitato alla mostra "Lo stato dell’arte - Campania" nell’ambito del Padiglione Italiano della 54a Biennale di Venezia.

 

Manfredi Nicoletti

Maiori 1891  - Cetara  1978

 

Nato a Maiori il 16 gennaio del 1891, compie i primi studi da autodidatta, per iscriversi poi all’Accademia di Belle Arti di Napoli. È dapprima allievo di Dalbono e poi di Cammarano: in questi anni conosce Antonio Mancini con il quale stabilirà un rapporto di vera amicizia che si protrarrà nel tempo. Nel 1914 si diploma; nello stesso anno partecipa alla XXXVl a Promotrice con due dipinti, Chierichetto  in sagrestia e Ritratto del pittore Pasini; nel 1915  è  presente alla l a Esposizione Nazionale d’Arte, organizzata a Napoli ed inaugurata da una conferenza di Umberto Boccioni. Questa mostra, nella quale Nicoletti espone la tela Il rosario ,  rappresenta un momento importante per la cultura artistica napoletana:  è  il tentativo di rompere gli schemi e le logiche dei gruppi legati alla pittura tradizionale, proponendo artisti quali Edgardo Curcio, Eugenio Viti, Saverio Gatto, Achille D’Orsi. Nel 1921 partecipa con il pastello Testa di bimba alla l a Esposizione Biennale Nazionale d’Arte della Città di Napoli, presieduta da Benedetto Croce. Le opere di questi anni evidenziano una tavolozza scura, ove allo studio attento della figura, calibrata da un disegno meticoloso, si affianca un tentativo di caricare di tensione l’immagine: un esempio  è  offerto dalla tela Teste di bue  del 1925. Tra il 1915 e il 1917 stringe amicizia con Luigi Crisconio che sarà, con Francesco Cangiullo e Ugo Fruscione, uno dei principali riferimenti della futura attività espositiva.

Del 1928  è  la prima personale, allestita al primo piano dell’Edificio Scolastico Occidentale di Salerno, la stessa sede che, un anno prima, aveva ospitato la Mostra d’Arte fra gli Artisti del Salernitano: espone ben cinquantasei opere, tra oli e pastelli, gran parte realizzate negli anni Venti, le vedute di Ravello, le figure negli interni e poi i numerosi angoli della Costiera amalfitana, riassunti negli scorci di presepi magici, mossi da un colore fluido. Questi ultimi preannunciano il movimento di masse che si confondono nelle virgole di un segno esasperato, ritmi di bagliori delle luminarie presenti nel lungo e ricco ciclo delle feste popolari realizzato a partire dagli anni Trenta.

Del 1930  è  la partecipazione alla collettiva "Pro Cultura Fascista" ordinata a Napoli e presentata da Edoardo Pansini: qui espone il  Concerto serale ,  la Processione, l’Asilo d’infanzia. Nel 1931  è  a Londra ospite della famiglia Alington che gli organizza una mostra alla Picture Gallery di Eton College. Il soggiorno inglese non dura molto tempo; motivi familiari, nonché climatici lo riportano in Italia nel suo studio di Ravello.

Nel 1931 è invitato alla l a Quadriennale d’Arte Nazionale, ove espone Festa notturna del 1930; alla II a Mostra Salernitana d’Arte, del 1933, mentre nel maggio del 1939 il Circolo Artistico di Napoli organizza alla Villa Comunale una sua personale.

Chiude questo periodo la mostra organizzata al "Bragaglia fuori commercio" (Casa dell’arte Bragaglia) a Roma nel 1940, presentata da Alfredo Schettini. Il significato che riveste questa mostra  è  notevole e precisa quell’adesione di tendenza, anche se velata da motivi autoctoni, che Cangiullo aveva già rilevato presentando la mostra del 1928. Espone soprattutto le feste, costruite sulla forza dinamica delle luminarie, delle bande musicali, insomma quel movimento di luci che si riflettono sugli ottoni, che agitano mani informi, tra volti e teste ridotte a macchie di colore puro. Seguono le personali allestite a Salerno, nella nuova sede del Partito Socialista del 1944 e quella organizzata nel Salone della Casa del Combattente del 1949; a Cava de’ Tirreni del 1953. Nello stesso anno partecipa alla l a Rassegna delle Arti Figurative nel Mezzogiorno a Napoli. Nel 1955 espone alla Prima Mostra dei Pittori Salernitani, promossa dal Centro di Cultura; nel 1957 prende parte alla  lll a  Mostra Artisti Salernitani, organizzata dall’Ente Italiano Pro-Cultura di Salerno, introdotta al catalogo da Fortunato Bellonzi.

In questi anni la pittura di Nicoletti  è  orientata allo studio delle architetture mediterranee, alla struttura delle rocce che disegnano la Costiera: la luce cristallina che si rifrange nell’aria tersa  è  l’elemento dominante di questi dipinti. È una luce che esalta la trasparenza delle tinte, che scava e definisce i volumi: l’artista approda ad uno spazio-luce costruito da un colore vibrante, modulato da zone chiuse, riprendendo quella composizione cromatica altamente razionale, propria di Cézanne. Rompe così lo schematismo prospettico e scenografico della pittura di paesaggio, vivo nella tradizione napoletana. Muore a Cetara I’8 agosto del I978.

 

Luca Albino

Maiori 1854-1952

 

Albino iniziò a frequentare da giovanissimo lo studio del pittore Raffaele D'Amato, per poi iscriversi all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Terminata quest'esperienza, verso il 1910, si trasferì in Argentina, dove rimase colpito dagli intensi colori di quei tramonti infuocati. Nel 1920, fece ritorno in Italia, e da questo momento cominciò la sua vasta produzione artistica. Fu uno dei maggiori pittori della Costa Amalfitana del XIX e XX secolo assieme a Luigi Paolillo, Angelo Della Mura e Antonio Ferrigno. I suoi dipinti, da lui stesso definiti "bombe di sole", raffiguravano angoli pittoreschi della costiera e scene di vita quotidiana, come i molti mercati e pescatori.

Nel 1925 partecipò ad una mostra collettiva a Salerno e ne organizzò una personale a Milano. Nel 1927 espose alla prima e nel 1933 alla seconda Mostra d'Arte fra gli Artisti del Salernitano. Nel 1935 era presente alla Mostra d'arte di Positano. Nel 1937 e nel 1942 partecipò rispettivamente alla prima e seconda Mostra del Sindacato Provinciale Fascista Belle Arti di Salerno.

 

Gaetano Capone

Maiori 1864-1920

 

Figlio del pittore maiorese Luigi, Gaetano Capone, si formò artisticamente prima a Napoli e poi a Roma. Qui fu allievo di Cesare Fracassini con il quale collaborò agli affreschi della basilica di S.Lorenzo fuori le mura. Dopo la morte di Fracassini, nel 1868, fece ritorno nella terra natìa. Qui inizia un’intensa produzione artistica inerente alla Costa d’Amalfi che è caratterizzata dai toni morbidi e dalle calde mezze tinte, tipiche del gusto di metà Ottocento. Capone usa la pittura come “racconto quotidiano”.

Seguì la sua scia  una nutrita schiera di pittori i quali vennero soprannominati successivamente “Costaioli” .

L’esperienza romana si riflette nelle opere realizzate successivamente per la collegiata di S. Maria a Mare a Maiori, per la Badia della S.S. Trinità di Cava dei Tirreni, per le chiese di S. Quirico a Fisciano e dell’Assunta a Casalvelino.  Alcune sue opere murarie, datate 1895, sono presenti nella sala adibita a pretura nel Chiesa del S. Rosario a Maiori.

 

Luigi Crisconio

Napoli 1893 - Portici 1946

 

Luigi Crisconio nacque a Napoli il 25 agosto del 1893, da Francesco e Annamaria Calise. Nel 1911 perse il padre e gli subentrò nella conduzione della cartoleria di cui era proprietario. Ma la sua vocazione era la pittura: arrivava ad allontanare i clienti che lo interrompevano mentre dipingeva.  Nel 1913 si iscrisse all'Accademia di Belle Arti di Napoli, spinto dalla madre, da Vincenzo Serpone, commerciante di arredi sacri e pittore dilettante, e da Luigi a Enrico De Marinis, allora Ministro della Pubblica Istruzione. L'ammirazione verso Michele Cammarano, titolare della cattedra di pittura di paesaggio, il cui insegnamento fu determinante nella sua formazione, lo spinsero a diplomarsi nel 1919. Pur muovendo i primi passi nel solco della grande civiltà pittorica meridionale affine al vedutismo di tradizione, egli si distaccò dai contenuti ad essi collegati per conquistare un linguaggio autonomo e schiettamente contemporaneo.

Nel 1927 conobbe Elisabetta Amato di cui si innamorò perdutamente per poi sposarla nel 1936. Ella divenne la sua modella, riprodotta in una lunga serie di opere, alternate a numerosi autoritratti, paesaggi e nature morte. Nella pittura di Crisconio si può notare un'affinità con l'ultimo Cèzanne

Le opere di Crisconio non ebbero fortuna nel mercato collezionistico napoletano, marcatamente tradizionalista. Il 27 gennaio 1946 morì prematuramente a Portici, a causa di una congestione cerebrale. Dopo la sua morte ricevette da parte della critica quell'attenzione che non aveva ricevuto in vita. Dopo un ulteriore periodo di oblio, negli ultimi decenni è in atto una rivalutazione dell'artista, che è stato considerato da alcuni come il più grande pittore napoletano del XX secolo.

Renato Guttuso dirà: "Crisconio è una voce di cui va dato conto nella pittura dei primi quarant'anni di questo secolo, una voce più forte di altre, più pura e più vera, anche se non fu futurista, metafisico o altro, ma solo una vero pittore, legato agli uomini che conosceva, alla terra, alle cose, al paesaggio che conosceva" .

Le opere di Crisconio vantano la partecipazione a numerosissime mostre, soprattutto dopo la sua morte: Milano, Biennale di Venezia, Roma, esposizione universale di Barcellona, Napoli, Varsavia, Sorrento.

 

Antonio Ferrigno

Maiori 1863 - Salerno 1940

 

Fu iniziato all’arte pittorica da Giacomo Di Chirico. Si  diplomò all'Accademia di Belle Arti di Napoli, per poi trasferirsi in Brasile nel 1893. Ferrigno rimase in Sud America per dodici anni: visse a San Paolo, dove venne soprannominato il pittore del caffè. Nel 1905 tenne un'ultima mostra oltreoceano, per poi ripartire e stabilirsi definitivamente a Salerno.Le sue opere brasiliane erano incentrate attorno al tema del caffè poiché frequentò il mondo dei fazenderos, i ricchi proprietari terrieri locali, per i quali dipinse spesso opere su commissione. Questi quadri furono esposti a Parigi nel 1900, ed ebbero visibilità in numerose mostre ed esposizioni internazionali. Le opere brasiliane di Ferrigno sono rilevanti non solo per il loro valore artistico, ma anche per il loro aspetto documentario, poiché ripropongono nel dettaglio la vita delle piantagioni di caffè brasiliane all'indomani dell'abolizione della schiavitù (1888), in un periodo in cui gran parte della forza lavoro era composta da emigranti italiani. Tra il 1900 e il 1904 Ferrigno si spostò nell'entroterra dello Stato di San Paolo, vivendo ospite delle piantagioni di Victória e Santa Gertrudes. La piantagione di Santa Gertrudes era un insediamento modello, dotato di luce elettrica e telefono, due elementi che compariranno in alcune opere realizzate in questo periodo. Lo stile di Ferrigno si rifà a quello delle sue terre di origine, e subisce l'influsso delle tecniche compositive e coloristiche dei “Costaioli” della Scuola di Maiori. In Sud America acquisì un particolare gusto per i colori della natura, che rimase una sua cifra stilistica, anche al ritorno in patria, che  caratterizza anche le opere degli anni venti, in particolare le tele dedicate ai rigogliosi giardini di Villa Rufolo di Ravello. L'opera di Ferrigno è stata oggetto di una retrospettiva tenutasi nel 2005, al centenario del trasferimento in Italia, presso la Pinacoteca do Estado de São Paulo.

 

Luigi Paolillo

Maiori 1864 - Vietri sul Mare 1934

 

Luigi Paolillo, nacque a Maiori da una modesta famiglia che, a causa delle ristrettezze economiche lo indirizzò da giovanissimo alla vita ecclesiastica. Ben presto però abbandonò questa strada per la vocazione pittorica. Cominciò così l'apprendistato dapprima presso lo studio di Gaetano Capone e in seguito in quello di Raffaele D'Amato. All'età di diciassette anni si trasferì a Napoli, dove studiò all'Accademia di Belle Arti. Nel 1890 decise di trasferirsi in Argentina, a Buenos Aires, per poi ritornare in Italia nel 1903. Un nuovo viaggio in Argentina lo compì dal 1907 al 1913, data di un nuovo ritorno in Italia, con dimora a Salerno. Nel febbraio di quell'anno fu ricevuto dal Re, al quale donò una collezione di foto delle sue opere eseguite nel soggiorno nella Terra del Fuoco. Ma i suoi viaggi non erano ancora terminati: ripartì infatti per l'America nel 1921. Qui espose a New York, Filadelfia, Montevideo e Cincinnati. Nel 1929 fece ritorno definitivo in Italia, sposandosi e stabilendosi a Vietri sul Mare, ove rimase fino alla morte.

Fu uno dei maggiori pittori della Costa Amalfitana del XIX e XX secolo assieme a Luca Albino, Angelo Della Mura, Antonio Ferrigno. I suoi dipinti sono pervasi da una luce che, morbida e nostalgica, infonde calore anche a quei paesaggi di grandi ammassi di ghiaccio.

 

Pietro Scoppetta

Amalfi 1863 - Napoli 1920

 

Dedicatosi inizialmente agli studi di architettura, li abbandonò per formarsi artisticamente sotto la guida di Giacomo Di Chirico.

Residente a Napoli a partire dal 1891, ebbe occasione di vivere in un clima di forti movimenti di evoluzione culturale, dando prova di grande talento soprattutto nella rappresentazione della natìa costa di Amalfi e della Valle dei Mulini. Con le sue opere partecipò a diverse esposizioni della Società Promotrice di Napoli.

Con la nascita di eleganti punti di aggregazione culturale, quali il café-chantant, Salone Margherita e il Caffè Gambrinus ebbe la possibilità di mostrare le proprie capacità pittoriche,  insieme ad altri pittori di punta dell'ambiente napoletano dell'epoca. Lavorò come illustratore per le riviste la “Cronaca partenopea”, “La tavola rotonda” e l'Illustrazione Italiana, operando alle dipendenze della casa editrice Treves.

Pur godendo di un successo commerciale e di critica, che lo portò ad avere in qualità di estimatori delle sue opere il re Umberto I ed il principe di Sirignano, Scoppetta decise di lasciare l'Italia alla volta dell'estero, e soggiornò a lungo a Londra e a Parigi.

Nella capitale francese, dove dimorò tra il 1897 e il 1903, si inserì nella folta schiera di pittori partenopei attratti dalle suggestioni borghesi della Belle Epoque, inserendosi nel filone di artisti italiani filoimpressionisti, dei quali fu grande precursore Giuseppe De Nittis.

Dall'esperienza francese ritenne elementi importanti dell'impressionismo, che fece confluire ed amalgamò nella sua tecnica pittorica con le tinte vivaci della scuola napoletana.

Nella rappresentazione della vita borghese parigina individuava gli elementi di ottimismo e di tensione al futuro che più si addicevano alla sua indole (raffigurazioni di donne eleganti, ritratte in ambiente signorile e impressioni urbane ).

Alla sua morte, la Biennale di Venezia del 1920 gli dedicò una sala personale dove furono esposti trentacinque dipinti.

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